“Fatti fottere da Van Hopen, fatti fottere da Van Hopen” Da stamani, nella testa, mi rimbomba questa canzoncina, non riesco a ricordarmi dove l’ho sentita, né riesco a togliermela di mente.
Sto camminando per strada, di notte, da solo. Il cielo si screzia grigio, violento ed inutile, come l’eleganza di un completo Armani.
La paura di essere seguito mi avvolge a tratti, sembra quasi una sontuosa sciarpa di lana dalle maglie dilatate e filacciose.
Per strada, di fianco a me, un pazzo grida esagitato frasi sconnesse. Forse qualcuno ha trovato un neonato in un bidone dell’immondizia, o qualcosa di simile.
Su di una parete grigia, proprio davanti a delle panchine semicircolari, qualcuno ha scritto con la bomboletta rossa: “amo violare l’ano di viola”. Sotto c’è scritto: “Cristo è mio amico”
Entro nel primo pub che trovo, per farmi una birra. Ho bisogno di rilassarmi un attimo. Non ricordo neppure il motivo che mi ha spinto a passeggiare a piedi.
Mi sistemo ad un tavolo libero, un po’ defilato. Ordino una birra rossa e qualche stuzzichino. Mi sembra che un tipo con barba e capelli lunghi, seduto al bancone, mi stia fissando da quando sono entrato, ma potrebbe essere anche una mia impressione.
“Cosa cazzo vorrà lo stronzo?” mi chiedo tra me e me, alzandomi per andare a pisciare.
La tazza del cesso è incrostata di merda, il bagno ha le pareti viola, tutte graffiate, come se qualcuno fosse impazzito lì dentro e l’avesse prese ad unghiate.
Mentre urino osservo la tazza del cesso, di marmo nero, e il mio pene, che sembra in splendida forma. D’un tratto, da una parete, si stacca una falena, volteggia un po’ in aria e poi mi si posa proprio sulla cappella. Mi tentenno l’uccello, ma la farfalla, brutta stronza, non si stacca, e va a finire che piscio di fuori alla tazza, un po’ anche sulle scarpe. “Merda!” Impreco, poi riesco a pisciarle sulle ali, e la farfalla cade nel cesso. Le faccio un saluto con la mano, mentre tiro lo sciacquone.
Torno verso il tavolo e, per fortuna, il tipo losco sembra sparito nel nulla.
Mentre sono assorto nei miei pensieri sento una voce familiare che mi dice: “Non ci posso credere, sei veramente tu?”
Mi giro, è il tipo losco di prima “E tu chi cazzo sei?” gli chiedo, un po’ alterato.
“Non mi riconosci? Sono Landford”
“Landford? Oh cazzo, vecchio frocio, è una vita che non ci vediamo!!! Ma che ti è successo, sei cambiato tantissimo!”
“E tu, invece, sei sempre la solita bagascia?”
“Cazzo se sono sempre la solita bagascia!” Rispondo ridendo “Sono la bagascia più gigantoscopica dell’universo, cazzo! Quasi quanto tua madre, Landford!
Ridiamo entrambi come scemi, e ci scambiamo pacche sulle spalle. Lui indossa una maglietta con sopra disegnato buddha. Sotto c’è la scritta: I believe in god. “Splendida” penso.
“Ma Chiara l’hai più sentita?” Mi chiede sedendosi al tavolo.Era la mia ragazza al liceo artistico.
“No, dopo che è stata ricoverata in psichiatria non ne ho saputo più niente... probabilmente l’hanno ricoverata per colpa mia! Che troia! Ah Ah Ah” ghigno da solo.
“E invece... come si chiamava... quella ragazza con i capelli rossi che usciva con te?” gli chiedo.
“Ma chi, Dafne? Mmmh, non so che fine abbia fatto... mi ricordo solo che le puzzava la fica di merda. Le leccavo la fica e, cristo, mi sembrava di pomiciare con un fottutissimo buco di culo!”
"Dai, era un genio" dico io "Dipingeva solo ed esclusivamente con mestruo su seta!"
"Anche i suoi quadri allora sapevano di merda!" ribatte lui, mentre ci pieghiamo in due dalle risate sguaiate, ormai ubriachi fradici.
“Ma tu hai sempre l’ossessione per lo sperma di topo?”
“No, no ora sono cambiato, faccio tutt’altro.” Risponde, diventando serio per un attimo “Però, se fossi in te, starei molto attento allo sperma di topo. Può attaccare un sacco di malattie quella roba!”
Ridiamo entrambi. Landford ha il padre di origini inglesi.
“E cosa fai adesso?”
“Vivo la mia vita ‘sentendola’. Sono stato per diverso tempo impegnato alla ricerca di me stesso...”
“E cosa cazzo vuol dire?”
“Se apri tutti gli orifizi del tuo corpo, il mondo ti scorre attraverso!”
“Porca troia, la cosa sembra plausibile.” Dico, esterrefatto. “E fottere, fottere, cosa fa?”
“Avere rapporti sessuali normali poco... dovresti avere rapporti sessuali DI...LA...TA...TI” dice, scandendo bene l’ultima parola.
“E cosa significa?”
“Ti spiego meglio. Ho vissuto per sei anni con una tribù del centro america che, come rituale d’iniziazione, usa farsi penetrare l’ano da un bisonte sacro affetto da idrofobia.
“Oh cazzo!” ribatto io, preoccupato, adesso. “Sul serio?”
“Certamente. Questo permette di avere l’orifizio dell’accondiscendenza aperto, ed è da lì che escono tutte le tensioni nervose che altrimenti si accumulerebbero nel corpo.”
“Farsi sbattere da un bisonte con la rabbia è la chiave della vita...” ripeto pensieroso.
“Esattamente...”
“Ed io che pensavo fosse fottere bambi. Ma dimmi... ti sei fatto montare da un bisonte infuriato?”
“Ci puoi scommettere, amico!” risponde lui sorridente.
“Cazzo, mi hai quasi convinto... Ma dimmi una cosa... si sente male?”
“Quasi niente. Devi assumere un miscuglio particolare di droghe, poi viene appositamente creato un unguento lubrificante. Il rituale dura un giorno. C’è una cerimonia tutta particolare, che inizia la mattina. Il percorso da seguire comprende, tra l’altro, la scelta di una donna del villaggio con la quale avere rapporti sessuali ripetuti.”
“Qualsiasi donna?”
“Qualsiasi.”
“Fantastico...”
“Insomma, avere rapporti sessuali DILATATI significa essere penetrati in ogni orifizio del corpo. Contemporaneamente.” Continua lui.
“Contemporaneamente...” ripeto, gustandomi il suono esotico di questa parola.
“Da quando ho fatto l’iniziazione godo come un riccio, come un riccio, cazzo! Ma perché non vieni al seminario che terrò a Firenze, il prossimo mese?”
“E di cosa parla?”
“L’argomento principale è la vulva.”
“Un seminario sulla fica... interessante, penso proprio di venire! He he he”
“La vulva intesa come passaggio celeste per il raggiungimento dell’assoluzione.” Mi dice Landford ridendo anche lui “Dovresti proprio venire! Tieni il volantino.”
“Grazie. Quando si parla di fica, non posso certo mancare!” Gli dico, mettendomi il volantino in tasca.
“Tu invece, cosa mi racconti?” Mi chiede Landford.
“Mah, sempre la solita merda. C’è un uomo-pagliaccio che mi dà qualche preoccupazione. E il mio pene. Lo vorrei di qualche centimetro più lungo.”
“Rapporti sessuali DI...LA...TA...TI” ribadisce Landford “Sono la risposta ad ogni male dell’uomo.” Forse non mi sta neppure ad ascoltare. O forse sì.
“Mi hai quasi convinto cazzo!”
Ormai siamo piuttosto ubriachi e parlare di rapporti DILATATI mi ha particolarmente arrapato, ho bisogno di sbattermi qualche rovente passerina.
“E’ stato un vero piacere incontrarti, così per caso, Landford. Teniamoci in contatto! Ora mi dispiace ma devo proprio andare.”
“Questioni di vulva eh?” E ride.
Rido anch’io, poi ci salutiamo ed esco dal pub. M’incammino fuori, estraggo il volantino e leggo il contenuto: “Triturare carne di capra, far rosolare bene con aglio, olio e merda, sostenere alambicchi di sperma in equilibrio sulla testa, da aggiungere poi lentamente all’impasto. Urinare sopra un daino, mozzargli la testa e soffriggerla con cipolla e lingua di cristiano affetto da gonorrea. Sbriciolare e cospargere l’impasto, facendo ben attenzione a non lasciare scoperto niente. Mettere in forno a 1000°C e cuocere per 10 ore. Allungare con secrezioni vaginali ed applicare sul pene 2 volte al giorno.”
“Cosa cazzo è?” mi chiedo, dopodiché alzo lo sguardo e leggo, scritto con bomboletta verde sul muro: “Stroncatevi grossi cazzi su per il buco del culo. Il resto non ha importanza.”
“Casualità?” Mi chiedo, continuando a camminare, dopo aver riposto il volantino.
Intanto mando qualche messaggio per vedere se c’è modo di scopare, stasera.
Poco più in giù, in mezzo alla strada, c’è una donna enorme, con capelli biondi slavati e pelliccia nera. Ha il labbro leporino. Per quanto ne so potrebbe benissimo essere la reincarnazione del male. Parla animatamente al telefono. Per terra sta appassendo una rosa blu. Chissà chi l’avrà perduta. Non riesco a smettere di fissare la donna grossa, è più forte di me. D’un tratto esce dalla curva una macchina a tutta velocità che la prende in pieno amputandole le gambe. La sua carcassa urlante finisce sul tetto dove zampilla sangue dai moncherini come la fontana dell’Orrore Ancestrale, prima di stramazzare al suolo, tra grida di dolore e disperazione quasi fastidiose, direi.
L’auto continua la sua corsa, senza nemmeno rallentare. Accorrono le prime persone in aiuto, sembrano disperate, ma io non capisco proprio il perché.
“Sono cose che succedono...” penso distrattamente tornando verso casa “...quando si è fottutamente ciccioni.”