“Ero nudo in un prato con la mia ragazza, arrivarono i poliziotti con la jeep, sgommarono e si fermarono davanti a noi. Uno scese gridando: “Abbattiamo le bestie, abbattiamo le bestie!”
Uscirono anche gli altri e ci spararono addosso con proiettili narcotizzanti. Mi staccai velocemente dalla tipa, lasciandola in balia dei proiettili, ma quando mi alzai, fui colpito in pieno nelle palle. Prima di svenire in un torpore dal sapore di fragola pensai : cazzo, mi stanno proprio narcotizzando i coglioni!”
Ridiamo tutti e tre.
Le pareti sono rosso fegato. C’è odore di topo morto. Le mattonelle smaltate verde lucido hanno dei disegni neri al centro, che sembrano balene scheletriche in procinto d’accoppiarsi. Gonzo, così lo chiama Landford e così lo chiamerò anch’io, ci sta raccontando alcune storielle della giovinezza. Ora sta proseguendo parlando di un loro amico che mangia la testa dei ragni. O almeno così mi pare. Non presto molta attenzione alla loro conversazione. Sto guardando la ragazza di Gonzo. E’ sdraiata in disparte per terra. Indossa un abito verde chiaro, quasi trasparente. In vita ha un fiocco di seta arancione. Sta fissando un contenitore di plexiglass. E’ immobile tranne che per le palpebre e qualche breve respiro. Avrà sedici anni, più o meno.
La casa di Gonzo non è molto grande, però è arredata a regola d’arte, secondo me. Il divano sul quale siamo seduti, per esempio, è molto comodo e di un verde cupo che ben s’intona alle pareti.
Anche gli archi in mattoni sono molto belli, portano alla zona cucina, tutta in acciaio lucente. Al soffitto è appeso un Cristo psichedelico.
Stiamo sorseggiando del buon vino rosso, allungato con LSD. Noto solo adesso che accanto alla ragazza c’è un calice vuoto. Ha già finito di bere.
Gonzo mi dà un colpo sulla spalla, per attirare la mia attenzione.
Indossa una T-Shirt marrone, e jeans sbiaditi. Li ha slacciati quanto si è seduto sul divano, e gli posso vedere l’ombelico al centro della grossa pancia. Ha occhiali da sole scurissimi, a goccia, benché in casa ci sia solo una flebile luce rosata. Dal naso al mento gli corrono sinistri baffi da motociclista. Avrà circa quarant’anni.
“E’ la mia ragazza” dice.
“E’ un’artista, per questo è un po’ strana. Si ispira a Dafne, quella rossa lesbica che era in classe con voi.”
“Non era lesbica!” ribatte Landford, che ha una camicia rosa con un orsacchiotto sulla schiena. Sopra la scritta: Fuck the system.
“Secondo me era lesbica...” dico io. Lanford mi guarda di traverso e io gli mostro il dito medio. Poi ci mettiamo a ridere di nuovo.
“Insomma” prosegue Gonzo “E’ un po’ strana, ma scopa come una belva! Per questo non la mollo. Ti racconterò la mia storia, se sei amico di Julian sei anche amico mio. Devi sapere che mia moglie è morta, mentre tornavamo dal viaggio di nozze. Una cosa stranissima. In nave non avevamo la cuccetta, quindi eravamo con altri passeggeri. Avevamo voglia di fare l’amore, ma non potevamo. Sai, cose da sposini novelli! Quando siamo scesi dalla nave volevamo andare in un posto appartato, non resistevamo più. C’era un violento temporale quella sera, i lampi avevano una tonalità azzurrata. Abbiamo trovato un posto tranquillo e ci siamo spogliati. I vetri erano appannati, lei ci aveva disegnato un bambino con il sorriso. Avevo il preservativo, quella sera, lei non prendeva la pillola. A metà rapporto le è venuto voglia di succhiarmelo, ma non ha sfilato il profilattico. Le ho detto di leccarmi il culo, e lei si è appoggiata al vetro bagnato. Un fulmine ha colpito proprio l’albero vicino a noi e lei, che toccava il vetro, ci è rimasta fulminata. Quando mi sono svegliato all’ospedale i dottori hanno detto che lei non ce l’aveva fatta. Che io ero stato fortunato. “Fortunato” continuavano a ripetere. Lì per lì non sono nemmeno riuscito a piangere, poi, quando i dottori se ne sono andati ho visto che sul comodino c’era un preservativo bruciacchiato, ho capito che era stato quello a salvarmi la vita e mi sono messo a piangere come un bambino.”
Io e Lan abbiamo le lacrime per la storia di quest’uomo con i calzoni slacciati, che prosegue dicendo: “Cazzo, ho perso mia moglie appena sposato, avrei dovuto smettere di scopare per tutta la vita?”
“No, Gonzo...” gli dico, mettendogli una mano sulla spalla. “Hai fatto benissimo...”
Mi alzo. La percezione è distorta, l’LSD inizia a fare il suo effetto. La ragazza di Gonzo non è più sul pavimento. E’ scomparso anche il calice di vino. Mi avvicino all’oggetto di plexiglass. Il vetro è coperto da impronte insanguinate. Dentro c’è un ammasso di carne grigio-verdastra agganciata al legno con ganci d'acciaio. Ci sono anche dei lunghi peli neri, e qualche brandello di osso. Attaccata al legno, incisa con caratteri barocchi in una targhetta d’argento, c’è scritto: Aborto Spontaneo. 1di2.
Le mie braccia si allungano, la pelle è di un curioso colore grigiastro. Le pareti fluttuano nel vuoto, e il Tutto è ricoperto da crocifissi psichedelici.
Nelle pareti scorre ad intervalli regolari del liquido fluorescente. Ci sono diramazioni blu, diramazioni rosa. Quelle più belle sono le diramazioni argentate.
“Andiamo in camera” dice Gonzo, e mi pare di sentire l’eco delle sue parole. Mentre cammino guardo Landford, al posto della sua testa adesso c’è quella di un cavallo. Mi racconta balbettando che a volte sogna di avere rapporti sessuali con un maschio di cinghiale mentre la mamma e i cuccioli lo osservano con disappunto. Si netta il naso con un fazzolettino giallo mentre afferma questo.
Gonzo mi dice che sono grigio. Io rispondo che non è vero, che non è possibile.
Le balene disegnate sulle mattonelle pulsano e si accoppiano. Cerco di parlare ma la mia voce è composta da strani stridii, come fili di rame che strofinino tra loro.
Gonzo è diventato enorme, deve abbassarsi per non colpire il lampadario con la testa. Le pareti si sciolgono e ci vengono incontro, ma prima di colpirci tornano indietro. Sembrano morbidissime e fruttate. Mi avvicino, provo a staccarne un pezzo. Viene via con facilità. Lo divoro impugnandolo con mani a tre dita. Sul soffitto ci sono insetti disposti come a teatro, che suonano i loro corpi come strumenti armoniosi. Sento le note entrarmi nella testa, con sacrilega coralità.
Arriviamo alla camera. Il letto è immenso, e percorso da striscianti serpenti piumati. Sopra, tutta nuda, è disposta la ragazza di Gonzo. Le tende sembrano liquefatte di nero.
La ragazza indossa un copricapo a forma di teschio con corna caprine. Quando dischiude le cosce vedo che ha tre vagine molto pelose.
Gonzo, che nel frattempo si è spogliato ed ora sembra un enorme demone dal cazzo smisurato e gonfio di vene, si avvicina al letto e dice, con voce sconosciuta:
“Adesso ci pensiamo noi a te, Linda...”
Quella ragazza si chiama Linda. Mi viene da ridere, ma mi passa subito, perché nel vetro della finestra si stanno schiantando degli uccelli dalla testa di pesce, senza piume. Il cielo è di un fucsia elettrico. Landford si è spogliato, e si sta avvolgendo, attorno al cazzo, uno di quei serpenti piumati che strisciano sul letto. Il volto della ragazza appare distante e senza occhi.
“Per primo io!” ordina Gonzo, fermando Landford.
“A volte la notte mi sembra terribile...” mi dice Lan in un orecchio, e poi mi sembra che urini dietro la porta. Sento risa furiose nell’aria, e lamenti di lupo partoriente. Mi guardo allo specchio. Ho grossi occhi neri, arti sottili e pelle grigia. Gonzo aveva ragione, sono un alieno del cazzo.
Poi mi guardo le mani. Penso che d’estate le mie mani siano più belle.
Mi volto. Gonzo sta fottendo Linda con il suo cazzo immenso. Non si è tolto gli occhiali da sole, scurissimi, a goccia. Lei sembra soffrire di gioie impensabili. Osservo la scena, lui tiene il corpo completamente fermo, muovendo solo il bacino, con brevi scatti veloci alternati da movimenti più lenti. Linda gli strizza le palle gigantesche, mentre lo guarda senza occhi. Gonzo inizia a grugnire come una bestia infernale, gli si muovono le budella sotto la grossa pancia. Emettendo un grido agghiacciante tira fuori il cazzo da una delle fiche di Linda, e gli sborra colate bianche e filacciose sulla pancia. La sborra si trasforma dapprima in batuffoli di cotone, poi in coniglietti che saltano sul letto. I serpenti piumati, appena li sentono li attaccano contemporaneamente, mostrando i loro denti ed azzannando gli animaletti paffuti nati dal seme di un uomo che si chiama Gonzo e che sta scopando una ragazza che tra le gambe ha tre vagine. Mentre le bestie striscianti digeriscono, lui ci fa segno di avvicinarsi. Io sto sudando, sento il cuore pompare a velocità impressionante.
Intanto che tutti e tre stiamo scopando Linda ognuno in una vagina diversa, Landford tira fuori una borsa di vibratori, frustini e strani ammennicoli di cui non conosco la funzione. La mia vista è annebbiata, chiudo gli occhi. Sento caldi respiri, corpi, oggetti e animali che mi scorrono sulla pelle. Le lenzuola profumano di bastoncini alla liquirizia. Nella mia mente vedo ippopotami albini che scopano con donne dalla testa di scimmia. Qualcuno che non è Linda mi bacia in bocca, con la lingua. Io ricambio il bacio, infilando la lingua in un buco che non sembra proprio una bocca. Non sento più il corpo e perdo i sensi, per tempo che sembra infinito.
Mi sveglio nel mio letto. Ogni parte del mio corpo è dolorante. Ho la bocca secca, la testa a pezzi. Sono pieno di lividi e tagli.
Davanti a me c’è il volantino di una mostra di Dafne.
Il mio braccio destro, dalla mano fino al gomito, è completamente ricoperto di merda.











