martedì, 29 maggio 2007

“Ero nudo in un prato con la mia ragazza, arrivarono i poliziotti con la jeep, sgommarono e si fermarono davanti a noi. Uno scese gridando: “Abbattiamo le bestie, abbattiamo le bestie!”

Uscirono anche gli altri e ci spararono addosso con proiettili narcotizzanti. Mi staccai velocemente dalla tipa, lasciandola in balia dei proiettili, ma quando mi alzai, fui colpito in pieno nelle palle. Prima di svenire in un torpore dal sapore di fragola pensai : cazzo, mi stanno proprio narcotizzando i coglioni!”

Ridiamo tutti e tre.

Le pareti sono rosso fegato. C’è odore di topo morto. Le mattonelle smaltate verde lucido hanno dei disegni neri al centro, che sembrano balene scheletriche in procinto d’accoppiarsi. Gonzo, così lo chiama Landford e così lo chiamerò anch’io, ci sta raccontando alcune storielle della giovinezza. Ora sta proseguendo parlando di un loro amico che mangia la testa dei ragni. O almeno così mi pare. Non presto molta attenzione alla loro conversazione. Sto guardando la ragazza di Gonzo. E’ sdraiata in disparte per terra. Indossa un abito verde chiaro, quasi trasparente. In vita ha un fiocco di seta arancione. Sta fissando un contenitore di plexiglass. E’ immobile tranne che per le palpebre e qualche breve respiro. Avrà sedici anni, più o meno.

La casa di Gonzo non è molto grande, però è arredata a regola d’arte, secondo me. Il divano sul quale siamo seduti, per esempio, è molto comodo e di un verde cupo che ben s’intona alle pareti.

Anche gli archi in mattoni sono molto belli, portano alla zona cucina, tutta in acciaio lucente. Al soffitto è appeso un Cristo psichedelico.

Stiamo sorseggiando del buon vino rosso, allungato con LSD. Noto solo adesso che accanto alla ragazza c’è un calice vuoto. Ha già finito di bere.

Gonzo mi dà un colpo sulla spalla, per attirare la mia attenzione.

Indossa una T-Shirt marrone, e jeans sbiaditi. Li ha slacciati quanto si è seduto sul divano, e gli posso vedere l’ombelico al centro della grossa pancia. Ha occhiali da sole scurissimi, a goccia, benché in casa ci sia solo una flebile luce rosata. Dal naso al mento gli corrono sinistri baffi da motociclista. Avrà circa quarant’anni.

“E’ la mia ragazza” dice.

“E’ un’artista, per questo è un po’ strana. Si ispira a Dafne, quella rossa lesbica che era in classe con voi.”

“Non era lesbica!” ribatte Landford, che ha una camicia rosa con un orsacchiotto sulla schiena. Sopra la scritta: Fuck the system.

“Secondo me era lesbica...” dico io. Lanford mi guarda di traverso e io gli mostro il dito medio. Poi ci mettiamo a ridere di nuovo.

“Insomma” prosegue Gonzo “E’ un po’ strana, ma scopa come una belva! Per questo non la mollo. Ti racconterò la mia storia, se sei amico di Julian sei anche amico mio. Devi sapere che mia moglie è morta, mentre tornavamo dal viaggio di nozze. Una cosa stranissima. In nave non avevamo la cuccetta, quindi eravamo con altri passeggeri. Avevamo voglia di fare l’amore, ma non potevamo. Sai, cose da sposini novelli! Quando siamo scesi dalla nave volevamo andare in un posto appartato, non resistevamo più. C’era un violento temporale quella sera, i lampi avevano una tonalità azzurrata. Abbiamo trovato un posto tranquillo e ci siamo spogliati. I vetri erano appannati, lei ci aveva disegnato un bambino con il sorriso. Avevo il preservativo, quella sera, lei non prendeva la pillola. A metà rapporto le è venuto voglia di succhiarmelo, ma non ha sfilato il profilattico. Le ho detto di leccarmi il culo, e lei si è appoggiata al vetro bagnato. Un fulmine ha colpito proprio l’albero vicino a noi e lei, che toccava il vetro, ci è rimasta fulminata. Quando mi sono svegliato all’ospedale i dottori hanno detto che lei non ce l’aveva fatta. Che io ero stato fortunato. “Fortunato” continuavano a ripetere. Lì per lì non sono nemmeno riuscito a piangere, poi, quando i dottori se ne sono andati ho visto che sul comodino c’era un preservativo bruciacchiato, ho capito che era stato quello a salvarmi la vita e mi sono messo a piangere come un bambino.”

Io e Lan abbiamo le lacrime per la storia di quest’uomo con i calzoni slacciati, che prosegue dicendo: “Cazzo, ho perso mia moglie appena sposato, avrei dovuto smettere di scopare per tutta la vita?”

“No, Gonzo...” gli dico, mettendogli una mano sulla spalla. “Hai fatto benissimo...”

Mi alzo. La percezione è distorta, l’LSD inizia  a fare il suo effetto. La ragazza di Gonzo non è più sul pavimento. E’ scomparso anche il calice di vino. Mi avvicino all’oggetto di plexiglass. Il vetro è coperto da impronte insanguinate. Dentro c’è un ammasso di carne grigio-verdastra agganciata al legno con ganci d'acciaio. Ci sono anche dei lunghi peli neri, e qualche brandello di osso. Attaccata al legno, incisa con caratteri barocchi in una targhetta d’argento, c’è scritto: Aborto Spontaneo. 1di2.

Le mie braccia si allungano, la pelle è di un curioso colore grigiastro. Le pareti fluttuano nel vuoto, e il Tutto è ricoperto da crocifissi psichedelici.

Nelle pareti scorre ad intervalli regolari del liquido fluorescente. Ci sono diramazioni blu, diramazioni rosa. Quelle più belle sono le diramazioni argentate.

“Andiamo in camera” dice Gonzo, e mi pare di sentire l’eco delle sue parole. Mentre cammino guardo Landford, al posto della sua testa adesso c’è quella di un cavallo. Mi racconta balbettando che a volte sogna di avere rapporti sessuali con un maschio di cinghiale mentre la mamma e i cuccioli lo osservano con disappunto. Si netta il naso con un fazzolettino giallo mentre afferma questo.

Gonzo mi dice che sono grigio. Io rispondo che non è vero, che non è possibile.

Le balene disegnate sulle mattonelle pulsano e si accoppiano. Cerco di parlare ma la mia voce è composta da strani stridii, come fili di rame che strofinino tra loro.

Gonzo è diventato enorme, deve abbassarsi per non colpire il lampadario con la testa. Le pareti si sciolgono e ci vengono incontro, ma prima di colpirci tornano indietro. Sembrano morbidissime e fruttate. Mi avvicino, provo a staccarne un pezzo. Viene via con facilità. Lo divoro impugnandolo con mani a tre dita. Sul soffitto ci sono insetti disposti come a teatro, che suonano i loro corpi come strumenti armoniosi. Sento le note entrarmi nella testa, con sacrilega coralità.

Arriviamo alla camera. Il letto è immenso, e percorso da striscianti serpenti piumati. Sopra, tutta nuda, è disposta la ragazza di Gonzo. Le tende sembrano liquefatte di nero.

La ragazza indossa un copricapo a forma di teschio con corna caprine. Quando dischiude le cosce vedo che ha tre vagine molto pelose.

Gonzo, che nel frattempo si è spogliato ed ora sembra un enorme demone dal cazzo smisurato e gonfio di vene, si avvicina al letto e dice, con voce sconosciuta:

“Adesso ci pensiamo noi a te, Linda...”

Quella ragazza si chiama Linda. Mi viene da ridere, ma mi passa subito, perché nel vetro della finestra si stanno schiantando degli uccelli dalla testa di pesce, senza piume. Il cielo è di un fucsia elettrico. Landford si è spogliato, e si sta avvolgendo, attorno al cazzo, uno di quei serpenti piumati che strisciano sul letto. Il volto della ragazza appare distante e senza occhi.

“Per primo io!” ordina Gonzo, fermando Landford.

“A volte la notte mi sembra terribile...” mi dice Lan in un orecchio, e poi mi sembra che urini dietro la porta. Sento risa furiose nell’aria, e lamenti di lupo partoriente. Mi guardo allo specchio. Ho grossi occhi neri, arti sottili e pelle grigia. Gonzo aveva ragione, sono un alieno del cazzo.

Poi mi guardo le mani. Penso che d’estate le mie mani siano più belle.

Mi volto. Gonzo sta fottendo Linda con il suo cazzo immenso. Non si è tolto gli occhiali da sole, scurissimi, a goccia. Lei sembra soffrire di gioie impensabili. Osservo la scena, lui tiene il corpo completamente fermo, muovendo solo il bacino, con brevi scatti veloci alternati da movimenti più lenti. Linda gli strizza le palle gigantesche, mentre lo guarda senza occhi. Gonzo inizia a grugnire come una bestia infernale, gli si muovono le budella sotto la grossa pancia. Emettendo un grido agghiacciante tira fuori il cazzo da una delle fiche di Linda, e gli sborra colate bianche e filacciose sulla pancia. La sborra si trasforma dapprima in batuffoli di cotone, poi in coniglietti che saltano sul letto. I serpenti piumati, appena li sentono li attaccano contemporaneamente, mostrando i loro denti ed azzannando gli animaletti paffuti nati dal seme di un uomo che si chiama Gonzo e che sta scopando una ragazza che tra le gambe ha tre vagine. Mentre le bestie striscianti digeriscono, lui ci fa segno di avvicinarsi. Io sto sudando, sento il cuore pompare a velocità impressionante.

Intanto che tutti e tre stiamo scopando Linda ognuno in una vagina diversa, Landford tira fuori una borsa di vibratori, frustini e strani ammennicoli di cui non conosco la funzione. La mia vista è annebbiata, chiudo gli occhi. Sento caldi respiri, corpi, oggetti e animali che mi scorrono sulla pelle. Le lenzuola profumano di bastoncini alla liquirizia. Nella mia mente vedo ippopotami albini che scopano con donne dalla testa di scimmia. Qualcuno che non è Linda mi bacia in bocca, con la lingua. Io ricambio il bacio, infilando la lingua in un buco che non sembra proprio una bocca. Non sento più il corpo e perdo i sensi, per tempo che sembra infinito.

Mi sveglio nel mio letto. Ogni parte del mio corpo è dolorante. Ho la bocca secca, la testa a pezzi. Sono pieno di lividi e tagli.

Davanti a me c’è il volantino di una mostra di Dafne.

Il mio braccio destro, dalla mano fino al gomito, è completamente ricoperto di merda.

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martedì, 29 maggio 2007
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sabato, 26 maggio 2007

PORCA TROTA, GIGANTOSCOPIZZALO!!!

 

Con l'occasione ricordo che probabilmente le magliette saranno in lavorazione la prossima settimana, con ride a dream.
Chi si fosse dimenticato ed è interessato ad avere la maglietta (in zona firenze, per ora non è prevista la spedizione) mi mandi una mail con tipo di maglietta (polo, T-shirt o canottiera tamarra), colore della maglia e taglia. Il disegno sarà stampato in rosso.

Godete duro

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giovedì, 17 maggio 2007

 

“Sto facendo la cacca. Dopo essermi pulito con ruvida carta gialla, guardo il mio prodotto e vedo che c’è una striscia di sangue e merda. La merda rimane ferma, mentre il sangue scivola, fluido e miserabile, verso lo scarico di quest’ipotetico cesso del cazzo, fatto con tronchi di alberi tropicali.

Torno nel "salotto" della mia capanna e vedo arrivare il vecchio Sciamano del villaggio. Mi chiede di andare con lui sulla collina, per meditare.

E’ l’uomo al quale ho fottuto ripetutamente la figlia dopo il rito d’iniziazione. Cosa che ci ha molto unito, in effetti. Mi dice che ha portato un miscuglio di erbe ed altre sostanze che ci aiuteranno a purificare l’anima. Dobbiamo però stare attenti a non farci sopraffare dal lato malvagio di noi stessi. E’ una prova che ognuno è costretto a superare per crescere e decidere da solo la propria strada. Tutta roba naturale, mi rassicura, comunque.

Siamo sulla collina, sotto un grande albero che ha il tronco diviso in due da un fulmine caduto qualche mese prima.

La pioggia ha smesso di cadere da poco. Una delle rare piogge che ci vengono donate dal cielo. Sento il forte odore di terra bagnata. Guardo in alto e vedo uno splendido arcobaleno dai colori lucenti. Voglio farlo notare allo sciamano, ma, quando mi guardo a fianco, lui non c’è più. Alzo di nuovo gli occhi per guardare l’arcobaleno, ma adesso è diventato grigio. Posso vedere ogni fottuta sfumatura di grigio che c’è tra il bianco e il nero. Mentre lo guardo, comincia a diventare sempre più scuro, sempre più scuro, fino a raggiungere il nero. Io osservo incredulo, talmente stupefatto da avere la bocca aperta. D’un tratto diventa liquido, ma di un liquido denso, come petrolio. E comincia a gocciolare. Prima gocce finissime, poi sempre più grandi,  cominciano a colarmi addosso, dense, calde ed appiccicose. Hanno un odore sgradevole, ma quasi impercettibile. All’inizio mi abbandono come fossi in una culla, ma dopo poco aumentano di calore. La pelle inizia a bruciare, cerco di fuggire, ma sono imprigionato in questa fanghiglia oleosa e caldissima. Agito le braccia, ma invano.  Ansimo mentre la fanghiglia mi copre gli occhi, mi entra in bocca. Mi sento precipitare nell’oscurità. Per circa cinque, sei secondi, che sembrano infiniti, rimango senza respiro, cercando di gridare, senza riuscirci. Poi l’impatto al suolo, duro e bagnato. Come se fossi stato sparato da un cannone. Ho un forte dolore alla gamba e al gomito, cerco comunque di alzarmi ma non ci riesco subito. Poco dopo trovo la forza di reggermi su gambe malferme. Gli occhi si abituano all’oscurità e mi accorgo di essere in una fossa piena di cadaveri. La fossa che nel villaggio chiamano il Coito dei Morti. Non è abitudine qui avere cimiteri, pensano sia peccato sotterrare i morti, un tradimento al loro Dio Sole. Sotterrandoli il sole non può baciarli con i raggi mentre trapassano, e quindi assorbirne l’anima. Gettano tutti i corpi in questa fossa in modo che il sole possa baciarli e, intanto, donare vita ai campi con la loro putrefazione. In pratica, attraverso quello che coltivano, rimangerebbero i loro morti. Per loro è... come dire... fico. Ma ora sto divagando troppo.

Insomma sono in questa maledetta fossa, tutto nudo, quando degli uomini mascherati entrano alla luce delle fiaccole, accese per tenere lontani gli animali, e si fermano, fissandomi.

Quello con la maschera a forma di testa di cervo si avvicina e mi fa cenno con la mano di porgergli qualcosa. Ha unghie lunghissime, color oro. Luccicano anche sotto questa flebile luce. Guardo dove indica l’uomo-cervo, che mi osserva con strani occhi color nocciola, e vedo che sta indicando il corpo di un cadavere con in testa una corona di piccoli fiori viola. L’uomo-cervo mi fa cenno di prenderlo e porgerglielo.

L’altro uomo indossa una maschera da maiale, e fuma il sigaro. Ha la giacca a righe rosa, ma non porta scarpe. Osserva la scena in silenzio, mostrandomi un mazzo di banconote.

Non riesco a resistere al richiamo dell’uomo-cervo e con uno sforzo incredibile afferro il cadavere e glielo porgo. Devo lottare contro il disgusto, ma ci riesco.

L’uomo-cervo lo prende con una sola mano e se lo carica in spalla, quasi senza sforzo. Senza dire altro si volta e sparisce nell’oscurità. I suoi passi non emettono rumore.

L’uomo-maiale mi si avvicina sventolando le banconote, poi me le tira in faccia. Mi sembrano sporche di sperma, ma le raccolgo ugualmente. Intanto lui si volta incamminandosi verso il corpo di una donna di mezza età, seduta, leggermente appoggiata di fianco ad un altro corpo. Ha grosse tette ciondoloni, con capezzoli neri e la pelle di ebano. Ha il tatuaggio di una libellula che le riempie quasi completamente la fronte. L’uomo-maiale mi guarda e ride, stringendo il sigaro trai denti, mentre si slaccia la cerniera, se lo tira fuori, e ci piscia sopra. Dopo aver finito si scuote i piedi sui quali si è pisciato, mi guarda un attimo e segue l’altro nell’oscurità.

Rimango da solo ed inizio a tremare. Mi sento la testa gelare, tanto da far male. Il mal di testa è sempre più forte, mi fa impazzire. E nell’attimo esatto in cui mi esplode la testa mi sveglio, nudo come un verme e abbracciato all’uomo dalla corona di fiori viola.

Aperti gli occhi la luce mi acceca, ma non ci metto molto a capire dove mi trovo, visto l’odore che mi sta impregnando le narici. Non riesco a ricordare niente di quello che è successo dalla collina a qui.

In mano stringo un mazzo di banconote sporche di sperma. Mi alzo a fatica e risalgo tutto il Coito dei Morti. Appena raggiungo la cima mi viene incontro lo Sciamano. Mi porge dei panni puliti e mi sorride.

 “Mia figlia è incita.” Dice, poi mi abbraccia. “Diventerai padre e hai scelto la tua via. Ogni via scelta da solo è quella giusta per il nostro cammino.” Dopo una pausa aggiunge, indicandomi il petto: “Non avevo mai visto il tuo tatuaggio...”

Mentre mi vesto guardo il mio petto nudo e vedo un tatuaggio identico a quello della donna nella fossa, che però non c’era più quando sono risalito.

 Dopo qualche giorno ho saputo cosa era successo veramente. Ormai ero nel giro e ci dovevo rimanere, se non volevo fare la fine della donna con le tette penzoloni. Ho provato anche a tornare in Italia, abbandonando mio figlio e sua madre, ma hanno informatori  ovunque. E' un giro che nemmeno ti immagini. Lo sciamano aveva ragione, ho scelto la mia strada da solo, ed è stata la mia rovina...”

Conclude Lan, mentre io fisso la sua camicia rosa con papere gialle stampate sopra. Io invece indosso una canottiera bianca e boxer con la bandiera inglese. Sul culo c’è scritto God Save The Queen.

“Landford potrebbe mentire...” penso tra me e me “Ma racconta delle storie del cazzo che ti fanno quasi eiaculare nei calzoni! Devo credergli per forza, in più non ho certo la capacità di trovare altre spiegazioni..."

 Ai piedi porto infradito leopardate. Mentre le guardo rimugino sul fatto che avrei dovuto dare retta alla commessa che me le ha vendute. Aveva detto che mi davano l’aria leggermente effeminata... forse dovrei regalarle a Lan, starebbero benissimo con la sua camicia del cazzo. Ora che ci ripenso, tra l’altro, me la sono pure scopata quella commessa. Una volta che era rimasta sola a fare chiusura sono andato per farle fare un po’ di straordinario. Quella volta comprai dei calzini rosa che non mi sono mai messo. Mi viene da ridere mentre ci ripenso e guardo fuori dalla finestra, attraverso la nuvola di fumo della canna che ho in bocca. Mi viene voglia di uscire in giardino. Mentre attraverso il salotto, con una botta che non riesco a definire perfettamente, tanta è alta la sua arroganza, mi sembra di vedere, di fuggita e in penombra, un uomo vestito da orso che caga nel mio cesso. Per un attimo penso di tornare indietro, mo ho troppo terrore per poterlo fare.

Hai per caso visto un orso nel mio cesso, Richard?” gli chiedo quando lo vedo.

“Come ha detto signore?”

“No, niente, lascia perdere...”

E me ne vado in silenzio, con l’orgoglio terribilmente ferito, ma senza sapere il perché.

Davanti alla vetrata d’ingresso c’è un uomo, vestito da coniglietto giallo, steso in una chiazza di vomito.

Torno nel salotto da Richard, che continua a guardarmi in modo strano, come se avessi un assorbente putrido spiaccicato sulla fronte, e gli dico: “C’è un coniglio in una chiazza di vomito, di là per terra, Richard. Posso sapere, se non è chiedere troppo, cosa cazzo ci fa?”

“Signore, ieri ha dato una festa in maschera, non se lo ricorda?”

“Ehm... certo Richard, stavo scherzando... volevo vedere se eri... ecco... attento...” e rido istericamente sperando di aver offuscato la mia generosa figura di merda.

Vado in bagno a pisciare, mi lavo stancamente le mani e alla fine alzo gli occhi, mi guardo allo specchio e rabbrividisco. Sono truccato da pagliaccio.

Mi lavo velocemente la faccia e raggiungo Landford fuori.

Dietro al gazebo c’è un uomo vestito da cervo che sta bevendo succo alla pera in un bicchiere di cristallo, e mangiando morbosamente una banana un po’ troppo matura. Accanto c’è il suo cane, intento a divorare la propria merda.

Fuori ha appena smesso di piovere e nel cielo, tra due nuvole a forma di farfalla lacerata, c’è un arcobaleno dai colori slavati. Lo osservo in silenzio per qualche secondo e mi chiedo, distrattamente, trattenendo a fondo il respiro: “Non diventerà mica nero quell’arcobaleno del cazzo?”

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mercoledì, 16 maggio 2007
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venerdì, 11 maggio 2007

 

Solitamente non mi intrometto mai nei miei racconti, ma, in questo caso, essendo un capitolo particolare, una premessa è obbligatoria.

Intanto dico che, per gli argomenti trattati, non è proprio adatto a tutti tutti. Se siete troppo sensibili lasciate perdere.

In più, spero che apprezziate particolarmente questo capitolo perché, insieme al 16, sono a me molto cari, vista la quantità di cellule cerebrali che mi sono costati. Premetto anche che, mentre sto scrivendo questa premessa, sono particolarmente gonfio. Quindi abbiate pietà di me. E forse c’èra qualche altra cosa che volevo dire ma che ora non ricordo. Voglio anche dire che mentre sto scrivendo ho le parole FEEL THE WORLD nel cervello che mi pulsano a suon d’elettronica delle peggiori.

Ah, ecco, mi sono ricordato la cosa di prima, volevo ringraziare il pederast perché mi ha dato un’abitudine (è brutto chiamarlo vizio...) che mi ha donato particolare creatività.

Ricordatevi anche che ho donato parti di me rendendo pubblici momenti realmente accaduti nella mia intimità (non la roba grossa, solo piccoli particolari).

Ed ora godetevi questo fottuto racconto in santa pace, poiché, a mio avviso, è parecchio gagliardo.

 

 

Quando finisce il film, poco dopo aver visto la metafisica scena finale (la seconda metà Lan ha pianto come una femminuccia isterica... quel ragazzo mi preoccupa parecchio...) comprendo di essere nichilista, e, la cosa, non mi piace per niente.

 Lan mi guarda con aria da frocio e mi tocca il braccio (forse il mio sospetto era giusto).

“Ho bisogno di un enorme piacere...” dice

“Dimmi pure, se posso fare qualcosa per te, lo faccio volentieri...” faccio l’indifferente.

“Mi posso fidare solo di te al momento...”

“Dimmi, che c’è?” Landford sembra molto scosso mentre parla. E sempre più frocio.

“Dobbiamo dissotterrare un morto...”

“Oh, cazzo, un morto? E per quale motivo? Te lo vuoi forse sbattere?”

“No... io no... ecco... è per un lavoro...”

“Ma non fai conferenze, adesso?”

“E secondo te riesco a guadagnare abbastanza facendo conferenze sulla passera?”

“E che c’entra il morto?”

“Io... ecco... alcune volte... dissotterro i morti... e li vendo ai necrofili...”

“Porca zozza, che ficata! Sei una specie di Robin Hood del cazzo! Riesci a donare gioia alle persone... cazzo, con quello che solitamente le terrorizza di più!”

“Allora mi aiuterai?”

“Favoreggiamento alla necrofilia... profanazione di tombe... ma come cazzo hai iniziato ?”

“E’ una storia un po’ lunga... è iniziata quando ero nella tribù, ma adesso non mi va di raccontare... allora, mi aiuterai?”

“Se mi prometti che me la racconterai sì...”

“Ok, te lo prometto.” Sembra sincero mentre lo dice, quindi lo aiuterò. D’altronde poi questo film ci ha uniti, non posso negargli una mano.

 “Partiamo subito! Richard, Richard, cazzo, dove sei? Vieni qua!”

“Eccomi signore, di cosa ha bisogno?”

“Prepara il furgoncino con 3 pale, gli stivali di gomma per tutti e tre, e, sì, dei sacchi neri grossi. Parecchio grossi.”

“Quelli che uso per le foglie signore?”

“Sì, sì, va bene, prendi quelli che cazzo ti pare!”

“E, signore, dove andiamo?”

“E’ morto il cane di Lan... andiamo, ecco... a tirarlo fuori... cioè, cioè, a seppellirlo, sì sì, a seppellirlo... e ora basta con le domande del cazzo!”

Esco fuori. Sta facendo buio. Qualche cane ulula al crepuscolo infuocato di napalm che ho intorno.

Arriva Richard che fa manovra con il furgoncino, e mi scappa da ridere, com’è imbranato quel coglione!

Si ferma, scende, tutto composto, apre il retro e mi chiede:

“Va bene l’attrezzatura signore? Non è eccessiva?”

“Va bene l’attrezzatura signore...” lo scimmiotto. Poi rido da solo. Come cazzo parla questo?

Mi ricompongo e dico, senza riuscire a trattenere del tutto le risa:

“Perfetto, Richard, perfetto!” e sorrido.

Saliamo tutti e tre sul furgoncino, io nel mezzo, Richard alla guida e Lan alla mia destra. Alla destra del padre. Rido, sempre da solo naturalmente. Gli altri sembrano molto più seri.

“Allora la strada per il cimitero...” inizia Lan, ma lo interrompe Richard

“Per il cimitero, signore?” mi guarda come se gli avessi sodomizzato la figlia davanti.

“Ecco, Richard... ti devo dire una cosa. Non è... proprio... un cane quello che dobbiamo dissotterrare... dai Richard dobbiamo aiutare Lan, non fare il cazzone!” mi altero un po’.

“Signore, è una cosa veramente grossa quella che mi sta chiedendo...”

E abbassa la testa, mentre continua a guidare seguendo le indicazioni di Lan. Sembra quasi convinto quel frignone.

Arriviamo al cimitero. Lan era già stato qui per vedere le tombe da scavare. Ci avviciniamo rapidi. Richard ha la faccia bianca, sembra uno spettro. Il cancello è aperto. Entraiamo.

Gli metto una mano sulla spalla e cerco di consolarlo: “Tanto sono già morti, Richard...” ma non pare funzionare.

Mi ritrovo per un attimo a fissare una foto di una ragazza morta a 16 anni. Ci sono tre rose nel vaso davanti. Le tombe sono ancora di legno, e la terra è fresca. La fotografia, un po’ sbiadita, è attaccata alla croce con un fermaglio a forma di gatto. Quando collego la foto, la terra morbida, e la pala che ho in mano, per un attimo, uno solo, ho un groppo alla gola.
Ma passa tutto, chi non ha fede non ha niente da perdere, tanto vale iniziare. Mentre scaviamo le tombe in assoluto silenzio e mettiamo i tre cadaveri nei sacchi e poi nel furgoncino, senza nemmeno minimamente accennare al fetore che ci circonda, Richard mi dice:

“Signore... io per lei faccio tutto... ma questo... questo è troppo...”

“Dai Richard, domani ti darò un grande aumento!” e glielo darò davvero, questa volta. I soldi riescono a comprare gli uomini. Penso. E rido ad alta voce, mentre mi accendo una canna. Richard cambia espressione, ma non riesco bene a comprendere il suo significato...

Comunque continua a scavare, quindi ormai è complice.

Finito di scavare l’erba inizia a fare effetto, e vado davanti al muro in mattoncini del cimitero, per pisciare. Faccio una lunga ed aspra pisciata, e mi prende di arrampicarmi sul muretto, fino in cima, e ci riesco con una facilità estrema. Forse quest’erba mi trasforma davvero nell’uomo ragno!

Quando sono in cima, Lan mi guarda con ammirazione, mentre Richard cerca di farmi scendere.

Ma io alzo le braccia al cielo e dico: “Ci sono momenti in cui l’esistenza perde di significato. In cui niente di quello che ti circonda ha più senso. E’ in questi momenti che si trova la giusta lucidità mentale per fare le stronzate più grosse della nostra vita.” Faccio un sonoro rutto, e, mentre scendo dal muro un mattone si stacca e cade, mi fa quasi ammazzare. Arrivo per terra con una scioltezza incredibile per lo stato in cui sono. E non mi spezzo niente. Almeno sembra.

Raccolgo il mattone, lo metto nel furgoncino insieme ai morti. Se riesco a farci un’impugnatura, potrei fare un martello sacro del cazzo!

Risaliamo sul furgoncino e partiamo veloci. A Richard tremavano troppo quelle cazzo di gambe, quindi guido io.

  Lan mi dice la strada. Il tempo passa stancamente nell’assoluto silenzio, tranne che per le indicazioni. Arriviamo davanti ad una villa in stile gotico, ci fanno scendere e tre maggiordomi ci bendano.

Arrivano degli uomini. Uno si rivolge a Lan dicendo:

“Non c’è bisogno che dica niente vero, riguardo alla segretezza di tutto questo?”

“Certamente signore.” Ha un leggero tremito nella voce, ma forse lo noto solo io.

Gli uomini ispezionano il carico, poi, quello che ha parlato prima dice:

“Potete andare. Abbiamo concluso.” E sono sicuro che sorrida mentre dice tutto questo.

Gli uomini prendono i corpi e li portano chissà dove. Cerco di non pensare a niente. Cerco di non pensare a quello che ne faranno. Io non c’entro. Non mi riguarda. Io ho la coscienza pulita. Tanto erano morti. Erano morti... Continuo a ripetermi mentre ci tolgono le bende e ci lasciano andare. Saliamo sul furgone, sempre in silenzio. Tornami verso casa.

Richard sistema il furgone in garage, io entro e mi distendo sul divano.

Arriva anche Lan, e si siede sulla poltrona, fissando il vuoto.

Poi, senza un motivo apparente mi chiede:

“E con l’arte come va?”

“Con l’arte?” domando io, un po’ spiazzato.

“Sì, non di pingi?”

“Certo... sì, dipingo... mmmmh mah, con l’arte va così così... Avrei bisogno di qualcosa di più violento...”

“Tipo?”

“Tipo, non so... esisterà l’Università di Macelleria?”

“Mmmmh Macelleria Macelleria, penso di no... ma potresti iscriverti... che so... a Medicina...”

“A Medicina?”

“Più o meno è uguale...”

“Hai ragione, magari divento un chirurgo del cazzo!”

E ridiamo.

“Ho bisogno di andare a letto...” gli dico, dopo un attimo di silenzio quasi imbarazzante. “Rimani pure nell’altra stanza.”

“Perfetto, a domani.”

“Buonanotte.”

“Grazie, ti devo un favore.”

“E’ tutto ok.” Gli dico, mentre entro nella mia camera e chiudo a chiave. Non si sa mai che gli venga in mente di spaccarmi il culo, a quel frescone.

Faccio una doccia veloce e vado a letto. Non ho pensieri. Continuo a ripetermi non ho pensieri. Invece penso. Poi mi addormento. E sogno. E vedo buio. E sto nuotando. Ma in qualcosa di più denso dell’acqua. E ho il fiatone. Vorrei fumare una canna. Penso. E dovrei aprire gli occhi. Li apro. Sto ancora nuotando. E vedo. Mi fermo senza respiro. Sto nuotando in un mare di cadaveri. E penso: dovrei fumarmi una fottuta canna. In un mare di corpi putridi. E penso. Forse non è una buona idea fare Macelleria. Penso.

Mentre sono in un mare di cadaveri del cazzo. E c’è un pianoforte di sottofondo. Mi pare Beethoven, ma di preciso non saprei quale sinfonia. E allora ricomincio a nuotare E chiudo gli occhi. E i cadaveri diventano liquidi. E sento odore di cioccolato. Apro gli occhi e sono in un mare di cioccolata tiepida. Più lontano galleggia anche uno di quei biscottini a forma di stella con la glassa gialla sopra. Allora ne mangio un po’, alzo gli occhi e vedo un falco che mi scruta, poi li richiudo e sorrido.

Mi sveglio nella notte di soprassalto, ho le lacrime agli occhi. Mentre le asciugo mi sforzo di ricordare, ma nella mia mente, adesso, vedo solo il gelo.

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venerdì, 11 maggio 2007
 
“Oh mio dio, cos’è successo, cos’è successo? Aaaaaaaaah!”
Persone che gridano attorno a me, fuggendo impazzite.
Sto correndo, ma chissà in quale direzione del cazzo. Sento il suono di sirene, esplosioni. Sento odore di carne bruciata.
“E’ la fine, cazzo, è la fottuta fine!” Mi grida in faccia uno sconosciuto, afferrandomi per le braccia. Ha la guancia sinistra sfondata, posso vedergli i denti anche mentre tiene la bocca chiusa. Un occhio gli sta colando lungo l’altra guancia.
Io lo evito come la peste e continuo a correre.
Trovo l’uomo pagliaccio morente per terra. Mi avvicino e gli sorreggo la testa. Lui sgrana gli occhi e mi bacia in bocca, con la lingua, mentre una fitta al ventre mi fa mancare il respiro. Mi ha infilato un coltello nella pancia, brutta testa di cazzo che non è altro.
Mi sveglio. Ci metto un po’ per ricordarmi di essere sul letto in camera di Lan. Sono passato a prenderlo, ma lui sta finendo di fare la doccia, e mi sono addormentato. Sento l’acqua che scorre e lui che canticchia qualcosa di incomprensibile. Mi sembra di sentire qualcosa come “sfondami il culo dai sfondami il culo” canticchiata su una melodia simile a Sunday bloody sunday degli U2, ma non ci metterei la mano sul fuoco. Mi è sempre rimasto sul cazzo Bono, chi si crede di essere, il nuovo cristo? Lo crocifiggerei quel pallone gonfiato del cazzo!
Continuo ad aspettare, ma mi annoio a morte. Inizio a maneggiarmi il cazzo da sopra i pantaloni. Poi cerco un po’ nei cassetti di Landford, e trovo una foto di Liza Minnelli. Lo sapevo che gli piaceva sempre a quel gay! Le si vedono un po’ di tette ed io me lo tiro fuori ed inizio a masturbarmi. Mi sembra di sentire delle voci. Ascoltando meglio paiono i rumori prodotti da una donna ed un orco che scopano. Alla fine mi rendo conto che è solo il vento, e continuo a masturbarmi.
“Oh dio sto per venire!” dico tra me e me, proprio mentre Lan apre la porta del bagno.
“Cazzo!” dico, più per stizza che per altro. Mi ha rovinato l’orgasmo e mi sono dovuto venire in mano. Mi asciugo velocemente alle lenzuola e cerco di ridarmi un contegno. Entra in camera mentre ripongo la foto nel cassetto e mi rendo conto di averci lasciato sopra qualche goccia di sperma.
“Cambiati alla svelta, ti aspetto giù in macchina.”
“Ok” risponde, ma mi guarda un po’ stranito da sotto il cappuccio dell'accappatoio. Forse si è reso conto di qualcosa. Scendo le scale il più silenziosamente possibile, e, per fortuna, la vecchia bagascia del piano di sotto non si fa vedere.
Aspetto Landford con lo stereo a tutto volume, godendomi in estasi mistica voce e pianoforte del mio nuovo CD.
Quando entra in macchina, la prima cosa che dice è:
“Eccomi. Ma che ci hai fatto con la foto di Liza?
“Mmmmh nulla...” rispondo, facendo l’indifferente. Sembra che se la beva.
 “Lo sai ieri chi ho incontrato?”
“Chi?” non mi sento particolarmente interessato...
“Davide, te lo ricordi?”
“Quello che stava con l’handicappata?”
 “Non era handicappata... solo un po’ strana...”
“No no, cazzo, quel porco si sbatteva un’handicappata!”
“Comunque è uguale, com’èra quel detto... di Socrate mi pare... anche le handicappate hanno la fica o roba del genere...”
“Mi sa che non era di Socrate... Forse l’ha detto buddha...”
“Ho perso il filo del discorso...”
“Mmmh, anch’io...”
“Pace...”
Mentre metto in moto la macchina e parto, Lan ascolta la musica che esce dalle casse, dopodiché aggiunge: “Ma questa non è la tipa dai capelli rossi che è stata stuprata dopo un concerto?”
“Ehi, amico, portale rispetto! Un po’ di erba e Tori Amos mi fanno conciliare con il divino! Riesco a vedere il suo allucinante ed oscuro disegno in modo perfettamente delineato!”
Ascolta un po' e poi esclama: “Cazzo voglio provare anch’io!”
“Ok, fermiamoci a fumare in un posto tranquillo...”
Cala un breve silenzio tra noi, poi Lan prosegue:
“Ma lo sai che mio zio ha comprato un fucile narcotizzante, con mirino laser, per andare a caccia di conigli?”
“Che cazzo fa tuo zio?”
“Va a caccia di conigli... Li addormenta e li cattura. Poi li divide in sacchi in base al colore. Cosa ne faccia dopo non ho idea... visto che non mangia nemmeno carne di coniglio...”
Mentre finisce il discorso io ho la pelle d’oca.
Penso che lui si aspetti un mio parere, ma non sono in grado di darne. Il senso di oscurità mentale che mi ha dato questo discorso è impossibile da descrive. Non voglio nemmeno chiedermi cosa faccia con quei fottuti conigli del cazzo.
Finalmente vedo una stradina sterrata, leggermente nel bosco e mi fermo con la macchina, per fumare un po’. Mentre preparo il tutto, Landford, abbastanza eccitato, dice:
“Oh cazzo, ma quella non è maria?”
“Cosa?”
“Quella lì, sul ciglio...”
Ci metto un po’ a comprendere quello che vuole dire...
“Ma qui non cresce spontaneamente la maria!”
“Mi hai portato praticamente in un cesso, non vedi che qui la gente ci si ferma a cagare! E’ pieno di merda là fuori! Montagne di merda e fazzoletti marroni... Magari qualche tossico spacciatore sieropositivo, ripieno di erba nelle budella, ci ha cagato qualche seme e... PAF... ecco le piantine!” Quando emette quel PAF vengo scosso dai brividi. Poi mi accendo la canna e faccio il primo tiro aspirando come se fosse ossigeno.
“Cazzo è un bel discorso...” rispondo “Potrebbe anche avere un suo senso...”
Guardo meglio il ciglio.
“E’ erba sul serio, porca puttana, guarda quanta! E’ tutto pieno! E’ uno spreco lasciarla qui... prendiamola, la faccio seccare da Richard, penso che se ne intenda di certe cose... mi sparisce sempre il charas!”
“Eh” risponde Landford “Quell’ometto la faccia a tossico ce l’ha... magari hai ragione... oppure sei talmente fuso che il charas te lo infili nel buco del culo!” E ride. Rido anch’io. L’erba inizia a fare effetto.
Finita la canna raccogliamo l’erba e la carichiamo in macchina. C’è un odore talmente forte che ci fa andare via di testa. Riparto e mi dirigo verso casa.
“Ho i sensi dilatati...” dico, con una botta nel cervello incommensurabile.
“Sei come spiderman, cazzo!” ribatte Lan, facendo finta di sparare le ragnatele. I suoi gesti, troppo rapidi per me, mi rendono inquieto.
Mentre guido, le macchine che mi circondano si muovono a rallentatore, i motorini anche, mi sembra di avere più tempo del normale per fare le cose. Guidare in questo stato è quasi bello, se non mettesse a repentaglio la nostra vita. Finalmente arriviamo a casa mia. Penso di non essere in grado di intendere e di volere. Lan ridacchia da solo, sul sedile, chissà per quale motivo... sembra più in botta di me.
Quando mi avvio per il vialetto devo ripetermi tutto nella mente, altrimenti non ce la faccio a fare niente. Vai alla porta, bravo. Appoggiati un po’... entra dentro, da bravo. Lanford dice che deve pisciare, e sparisce. Sbattitene di lui e lascialo sparire. Sali le scale, una alla volta. Entra in cucina, sì, perfetto. No, merda! C’è Richard, fa’ finta di niente, salutalo e sorridi. Richard ricambia il saluto con un cenno della testa. Fa’ finta di dover fare qualcosa... Dirigiti verso il frigo, sì, così. Il passo cazzo, stai attento al passo, è troppo moscio così! Ecco così, bravo. Apri il frigo. Prendi lo yogurt. E’ stato facile. Il cucchiaio, sì, così. Apri lo yogurt e dirigiti verso la finestra, come se tu fossi una persona normale. Attento, alla poltrona cazzo! Ecco, sei un coglione, ti sei versato lo yogurt addosso! Fa' finta di niente. No, ora Richard vuol venire ad aiutarmi, no no! Fai cenno di no con la testa, coglione, fai cenno di no! Ecco bravo... il maggiordomo è ancora incerto. Fa’ ancora cenno di no... così, ecco... no, il pollice alzato è troppo cazzo! Ok,ora vai via dalla stanza, ecco così.
Vai verso la sala della TV plasma. Metti il film nel lettore. Prendi il telecomendo e siediti. Vedi che è facile...
Mentre scorrono i titoli d’inizio m’inginocchio accanto alla poltrona nera di pelle, guardo il soffitto e prego, prego e prego affinché dio non esista. Mi scende quasi una lacrima quando mi siedo sulla poltrona.
Il film è American History X. Mentre vedo le prime scene, in cui Edward Norton mi appare ancora più Dio del chitarrista biondo degli Afterhours, dalla porta spunta Landford, che mi guarda con un sorrisetto da coglione stampato sul grugno. Poi entra nella stanza, si siede sulla poltrona accanto alla mia e dice:
“E’ nota l’esistenza del nulla. Il nulla ci opprime e ci fotte. Noi siamo il nulla. E dunque ci fottiamo da soli...”
Lo guardo un attimo in silenzio, sto per dire qualcosa d’intelligente ma le prime scene del film, in bianco e nero, mi prendono troppo e me ne sbatto il cazzo di Lan e delle sue ascetiche stronzate.
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mercoledì, 09 maggio 2007
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mercoledì, 09 maggio 2007
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martedì, 08 maggio 2007

godila bene

 

godi bene anche questa

 

Foto cagate fuori durante una sessione fotografica al cesso.

martedì, 08 maggio 2007
Famelico Eunuco
 
Quando l’avida fanghiglia del cielo
Attraversa indefinita stanchi occhi
Ai rintocchi dell’ultimo cantico
D’inesauribili crocifissioni
 
E si sposano le pastose labbra,
Ancora ebbre d’industriosa pochezza,
Nella freddezza di scapole avare
Giunte all’ultimo rigetto operoso,
 
E le striature tradite quietano
Il confondersi di corpi smorzati
Su gli umidi materassi sospesi,
 
Allora, e solo allora, l’alternanza,
Fottuta in miserabili brandelli,
Denuda il cuore, deturpa l’essenza.
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categoria:poesie, poesia, pezzi di merda, vagine industriose, cazzi biomeccanici
venerdì, 04 maggio 2007
Sacralità dell’ingoio
 
Pende la carne dai muri in rovina,
(Divina natura in fase armoniosa?)
La cima dei colli appare operosa
Qualora le perle afferrino il nero.
 
L’estasi estrema dell’occhio caduto
Raggiunge schive metafore innate
(Sono sdegnate l’apostoliche ore?)
Candore inerme sfiorato e perduto.
 
(Ho posseduto blandizie sfregiate?)
L’anime errate gremiscono il cielo,
Circuiscono saggi dai volti in sfacelo,
 
E affollano grati ignobili altari,
Come scolari del tempo infestato.
(Ho amato rose in albori lontani?)
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categoria:poesie, poesia, vagine a pezzettini, cani che si accoppiano, sboccaponcio
mercoledì, 02 maggio 2007
Delle croci silvane e dei ruderi in fiore
 
Sporche le dita sugl’apici scuri
Dalla sorgente dell’umido limo
Fanno stanchi gli addomi lascivi,
Curano anime di bassa morale.
 
Sporga dai fianchi la fredda poltiglia,
Di ciglia salde su rami caduti,
E s’erga l’inizio dei tumuli acuti
Nelle figlie dell’impero nascente.
 
Si copra l’asta dei piedi sfondati
Con cipria attesa alla gola adorata,
Si tocchino pure i seni piumati
 
Alla ricerca dell’elsa incrinata.
E siano illusi devoti silenti,
Dei viventi contentezza bonaria,
 
Sia ordinaria ogni saggia parola
Nell’empia noia di un tomo morente:
Verrà piegata ogni stupida mente,
Che smarrisca qualsivoglia valore.
 
(Fu arroventata la fiamma in sfacelo,
Specchiando in cielo l’antica rovina
E fu schiusa l’odorosa vagina
Servita in piatti di carne e veleno.)
postato da: loboto alle ore 14:23 | Permalink | commenti (6)
categoria:poesie, poesia, cazzi e mazzi, pazzi razzi, vomito di pinguino