"L'assurdo ciclo della vita e della morte." leggo su un cartello, davanti alla porta di un lussuoso palazzo. La parola ciclo è scritta in rosso. Sono nel posto giusto, penso. Faccio l'ultimo tiro dal fondino ed entro nell'atrio. L'ascensore emette strani cigolii mentre arriva al piano della mostra di Dafne. Ho seguito le indicazioni sul volantino che mi sono trovato davanti tempo fa, dopo l’ennesimo devastante risveglio. Si aprono le porte. L'arredamento è moderno, non ci sono molte persone. L'aria ha un odore strano, come verdure arrostite e patate in salsa tzatziki. Ma non è così forte da essere fastidioso. Vedo molti piccoli quadri rossi, appesi alle pareti di un pallido azzurro chiaro. M’incammino per la mostra, partendo dalla grande sala centrale. Illuminata dall’ampia vetrata, c'è una lapide che ha una pala di bronzo conficcata nel centro.
Appesa da sola alla parete, in una piccola bacheca di plexiglass sporco di rosso, su una tela di seta bianca c'è agganciato, con ganci chirurgici arrugginiti, un ammasso di carne dal colore grigiastro tendente al verde. Si vedono anche dei peli neri. Leggo il titolo inciso in una targhetta d'argento: “Aborto Spontaneo. 2di2”, c'è scritto. Dopo un brivido iniziale sorrido ricordando la stessa opera a casa di Gonzo e comprendendo l'intima genialità dell’artista. Vicino a me c'è un enorme uomo in camicia verde. È tutto sudato e sembra tremare. Ha il riporto, e gli occhiali rosa leggermente offuscati. Sta fissando un’opera che dalla posizione in cui mi trovo non riesco a vedere. Ha una mano in tasca, e la agita intento in quella che sembra una proficua masturbazione. Gira la testa e mi fissa per un attimo, tirandosi giù leggermente gli occhiali. Ha piccoli occhi appiccicosi, di un nero intenso. Smette di toccarsi e va nel corridoio stizzito. Sto per andare a vedere l'opera che l’ha tanto arrapato, quando mi sento toccare sulla spalla. Mi giro, c'è un’anziana signora, con i capelli tinti color grano maturo, che mi guarda. Stringe tra le dita un bocchino d'avorio. Tossisce e mi dice, con voce tendente al baritono: “Sai dov'è il cesso?”
“Come, scusi?” Rispondo io, che sto ancora fissando sbigottito la signora. Ha una giacca rosa, con ricami antichi sui bordi. Sotto porta un lungo vestito blu elettrico, e ai piedi ha scarpette da schiava color argento. Dalla cima spuntano lunghe unghie ricurve, smaltate di rosso.
“Il cesso, sai dov'è? Piscio sangue!”
“Penso sia di là, signora...” le dico indicando il cesso degli handicappati. La signora mi sorride mostrandomi un incisivo scheggiato, e va verso la porta che le ho indicato. Sulla schiena ha uno zaino con colori psichedelici e, noto soltanto adesso, lungo le gambe, le corrono due rivoli di liquido rosso scuro che le arrivano fino alle caviglie.
Vado verso il quadro che guardava l'obeso. È uno dei più grandi della sala. Riconosco subito Landford, ai tempi del liceo, con i capelli lunghi. Si trova nel centro della scena. L’opera è tutta composta di leggerissime sfumature di rosso. La ragazza dipinge con il mestruo, d’altronde. Nel quadro c'è anche lei, da giovane. È legata al letto, un letto a baldacchino. Nella stanza c'è la finestra aperta, le tende sventolano. Landford, con un gigantesco cazzo la penetra da dietro, inarcandole la schiena. Con una mano dagli artigli lunghissimi le strappa un seno. Il volto della ragazza è un misto tra piacere e dolore, mentre quello di Landford è inespressivo, tranne che per un leggero sorriso, quasi impercettibile. Sulle mattonelle, ai piedi del letto, c'è un nano che stringe in mano un teschio di cane. Tiene il suo grosso cazzo (ma più piccolo di quello di Lan) nell’altra mano mentre osserva eccitato la scena.
Secondo me il grassone si è arrapato guardando quest’ultima parte di quadro. Il titolo dell’opera è “Plagio dell’Eterno Augurio”.
Proseguo per la sala, ma non noto nient’altro che attiri troppo la mia attenzione. Forse il volto di una ragazza con il labbro leporino. Ma c’è qualcosa di grumoso negli occhi che rovina l’atmosfera, secondo me.
C’è un vecchio con i capelli bianchi e i baffi neri nel mezzo di un’altra sala. Porta il cappello e tiene in mano due grosse borse. Ci guarda dentro spesso, di nascosto, come per non svelare il contenuto.
“Cosa ci tiene?” Gli chiedo. La mia curiosità è troppa per potermi trattenere.
“Te lo dico solo perché mi sei simpatico...” Risponde con una strana calata nella voce. “Nella sinistra ci tengo bombe a mano, mentre nell’altra delle serpi. Le serpi sono intelligenti, riescono a riconoscere le mie mani in modo da non mordermi. Benché le serpi siano così intelligenti, le devo tenere separate dalle bombe... altrimenti mi farebbero saltare in aria!” Fa una piccola pausa. “Quelle serpi...” Conclude prima di allontanarsi “Hanno l’istinto omicida...”
Sapere dell’istinto omicida di quelle serpi del cazzo mi farà stare con un senso d’inquietudine per tutto il giorno.
Continuo per la mostra. C’è un quadro di Gonzo in una posizione simile a quella del dio indiano Ganesa, ha quattro braccia, e tiene, nelle quattro mani, una pistola, un vibratore, un martello e un fiore di loto. S’intitola “Coito Interrotto”.
Nella mostra non c’è traccia di Dafne, peccato, penso, magari mi avrebbe scopato in modo bizzarro come l’altra volta, e chissà dove mi avrebbe portato.
Mi soffermo su una piccola tela. C’è raffigurato un volto molto simile al mio... anzi, potrei essere anch’io all’età del Liceo. Ho un ghigno sulla faccia e, ai lati della bocca, due lunghi tagli che, percorrendo entrambe le guance, mi danno l’aspetto di un joker psicopatico. Il titolo è “Fallogenesi Purulenta” ma non riesco a comprendere il perché.
Sulla sinistra c’è un cestino, vengo attratto da un foglio di carta tutto sporco, che sembra una lettera. Lo raccolgo e inizio a leggere:
Cara Dafne,
Ho le vene del pene rigonfie di sangue, mentre scrivo questa lettera. Ho passato quasi tutto il giorno a masturbarmi pensando a te, e alle tue opere. Mentre mi masturbavo mi sono titillato anche le emorroidi, aumentano il piacere a dismisura, se si fa con delicatezza. Ho provato anche ad infilarmi una banana nel buco del culo, una sorta di sacrificio in tuo onore, ma il dolore è stato troppo e non ci sono riuscito. Quando ho sfilato la banana aveva la punta rossa e marrone. Magari piano piano un giorno riuscirò ad omaggiarti anche con questo gesto. Per adesso mi sono limitato a leccare i miei prodotti, con delizia.
Mi eccita tantissimo odorare le tue opere, me lo fanno diventare di granito, perché sanno profondamente di te.
A pranzo oggi mi sono cibato della mia stessa merda, e tu? Mi ricorda l’odore delle tue opere, della tua vagina.
So già che non mi risponderai, e che butterai questa lettera nella spazzatura, come altre volte.
Ma ricordati una cosa, mia cara Danfne: i neri non scherzano mai.
Mr. Shit
Mi avvio verso l’uscita, un po’ deluso sinceramente, e schiaccio il pulsante dell’ascensore. Si aprono le porte emettendo cigolii di sgomento. Entro dentro dandomi uno sguardo negli specchi. Di sottofondo c’è una strana musichetta inquietante, sembra parlare di cazzi e fiche in inglese, ma non ne sono completamente certo. Le porte si stanno per chiudere ma il grassone di prima in camicia verde, sfoggiando una corsa altalenante, si fionda dentro l’ascensore con incredibile destrezza, vista la sua stazza.
E’ tutto sudato ed appiccicoso, e mi guarda con occhi imperscrutabili, con una strana luce che mi rende irrequieto, prima di rimettersi gli occhiali da sole.
“Tu mi piaci.” dice, indicandomi e ritraendo subito la mano, come per timidezza. Nell’ascensore c’è un odore nauseabondo, come di sudore misto ad urina che aleggia nell’aria, ci sfiora i contorni, ci fotte le narici.
Io non rispondo, spero di aver capito male, spero che l’ascensore arrivi velocemente in fondo alla sua corsa.
“Tu mi piaci...” ripete il grasso “Ti voglio.”
“Hem... non sono interessato... non sei... ecco... non sei il mio tipo...”
“Non mi interessa, io ti voglio, tirati giù i pantaloni!”
“No, guarda...”
“Tirati giù i pantaloni!!!” grida quel grasso pederasta del cazzo, e colpisce con un pugno lo specchio, mandandolo in frantumi. Si lecca il sangue fuoriuscito dal taglio sulla mano guardandomi con desiderio, dopodiché preme il pulsante di stop dell’ascensore, e si avvicina minacciosamente.
Io sono pietrificato in un angolo, non riesco a muovermi.
Il grasso si avvicina, inizia a toccarmi, mi bacia sul collo. Io chiudo gli occhi, disgustato. Nella mia mente vedo puffi decapitati che corrono in una segheria. La testa di Puffetta rotola lungo una collina, arriva Gargamella di corsa, la raccoglie e le infila il cazzo in bocca. Cerco di reagire, di spingere quell’enorme obeso gay e puzzolente lontano da me, ma è troppo grosso, non ce la faccio. “Spero di non sentire troppo male” penso, scosso dalla nausea.
Il grasso si slaccia i pantaloni e tira fuori il cazzo, non troppo grosso per fortuna.
“Tirati giù i pantaloni” ordina, iniziandosi a masturbare la mediocre verga, visibilmente arrapato.
Cerco di colpirlo con un calcio, ma lui si para e mi sbatte contro le pareti dell’ascensore. “E’ finita” penso.
Sento un rumore provenire dal soffitto dell’ascensore, alziamo gli occhi. Un rumore più forte. Colano gocce di sangue, che finiscono sul volto dell’obeso. Mi guarda per un attimo incredulo, poi il soffitto si sfonda e gli piomba addosso una strana figura.
Gli si avventa all’altezza del pube, e come una bestia rabbiosa scuote la testa mentre il grasso gay cerca di difendersi come può, grida, colpisce la testa dell’aggressore. La strana figura poi si volta, è l’uomo-pagliaccio, ha la faccia tutta insanguinata e digrigna i denti, dai quali pendono resti di piccolo pene che sembrano ritagli di carne di una macelleria.
“Non temere il colpevole, egli ha sempre ragione.”
Percepisco queste parole mentre l’uomo-pagliaccio mi guarda ed estrae qualcosa di molto simile ad un seghetto elettrico.
Il ciccione in camicia verde frigna in un angolo tenendosi con le mani ciò che resta del suo organo sessuale, e, quando vede il seghetto, spalanca gli occhi assumendo un’espressione veramente comica, se non fosse per il contesto.
L’uomo-pagliaccio gli tiene ferma la testa con una mano, ed inizia a segargli il cranio tutto intorno. A fine lavoro alza la calotta cranica e la tiene sollevata a mezz’aria per il riporto, mentre l’obeso si accascia in un angolo, scosso da piccoli tremori.
Osservo la scena con un certo distacco, pensando di essere in un sogno, in un film, in un fumetto truculento del cazzo.
L’uomo pagliaccio mi guarda, digrigna i denti, poi comincia a leccare il cervello del grasso che, ad ogni tocco di lingua, fa strani scatti con tutto il corpo. Il ciccione grida senza voce, ha gli occhi spalancati, si vedono nitidamente da dietro gli occhiali rosa.
Non contento l’uomo pagliaccio smette di leccare il cervello e gli sega mani e piedi, dopodiché, con un cavetto d’acciaio lo appende a testa in giù al soffitto dell’ascensore, dimostrando una forza sovrumana. Dagl’altoparlanti adesso esce musica classica, infarcita da tratti di tecno.
Lo lascia appeso per un po’, lo fa dondolare, lo sbeffeggia, poi, d’un tratto, gli recide il ventre e si mette a divorare le sue viscere.
Io faccio ripartire l’ascensore, si aprono le porte, per fortuna non c’è nessuno. Esco di corsa e per un attimo incrocio lo sguardo con uomo-pagliaccio che sembra dire: “Fuggi, e non temere il colpevole, egli ha sempre ragione.”
Esco sconvolto per strada, tutto è deserto, tutto sembra statico. Mi trovo davanti una bambina vestita di rosa con i capelli talmente biondi da sembrare bianchi, raccolti in trecce che sfiorano quasi per terra. Tiene una mano dietro la schiena e dice, con voce da filastrocca:
“Del sommo incesto arreco le prove,
Turpiloquio d’assiomi intriganti,
Di volti bianchi e spettrali,
Che degl’avi sciolgono il dove.”
Mi fissa per un attimo poi chiede:
“Mi ami? Tu mi ami?”
La guardo senza emettere parola, come impietrito.
Lei tira fuori l’altra mano, dove stringe un’enorme pistola scura, se la infila in bocca e, un attimo dopo, in un tripudio di schizzi rosso-grigiastri, si fa esplodere la piccola testa che, staccatasi di netto dal corpo, rotola per qualche secondo lungo il marciapiede fino ad una canaletta di scolo, dove rimanere completamente immobile.